L’antiberlusconismo militante

Wednesday, February 13th, 2013

Pierlu, abbiamo un problema: nella sinistra italiana non esiste la critica, né la capacità di stringersi attorno a un leader. Cosa che – ahimè – riesce benissimo a Berlusconi e ai suoi. Noi qui nella sinistra, invece, non siamo capaci di dire “non sono d’accordo”, ma solo lanciare anatemi, scomuniche, dire che “mai governerò con questo, mai prenderò un caffè con quello”. Però… Però c’è qualcosa che fa ancora peggio dei politici, che pure sono di una qualità infima, dal 1994 ad oggi e che di fatto mantiene Berlusconi sempre a galla: è l’anti-berlusconismo di professione.

Un’invenzione della sinistra italiana che è stata il più grande serbatoio di energia per il Cavaliere, capace di cadere e risorgere già quattro volte e, forse, pure una quinta. L’anti-berlusconismo è un modus operandi talmente imbecille che parlarne rischia di farlo quasi sentire utile, ma è necessario tratteggiarne alcuni aspetti: è ciecamente settario e falsamente ideologico, quando in realtà nasconde intenti di comodo e volontà di non scomodare una parte di elettorato – quella “fluttuante” – che un giorno sta con Berlusconi e il giorno dopo contro. Ora, facciamo un esempio concreto: nel 2006, ultimo atto del Governo Berlusconi, viene approvato il Porcellum, una legge elettorale che neanche i Maiali di Orwell sarebbero stati in grado di elaborare. Orbene, le elezioni le vince Prodi e annuncia “ora cambieremo la legge elettorale”. Ma non lo fa in due anni di governo, di fatto rimanendo immobile a subire i coppini da Mastella. Napolitano, che sarebbe il pericoloso comunista sovversivo, grida “va cambiata la legge elettorale”, ma tutti fischiettano e si va a nuove elezioni con l’attuale Porcellum.

Quando il governo Prodi cade, dopo un’agonia lunga e dolorosa, Berlusconi ottiene una maggioranza schiacciante. E non cambia la legge elettorale. Arriva Monti, l’illuminato, e sostiene che una delle sue priorità, di concerto con Napolitano, è cambiare la legge elettorale. Lo fa? Neanche per idea. Così, alla vigilia delle elezioni, lo spettro dell’ingovernabilità è dietro l’angolo. Eppure sono tutti pronti, nel Pd, a dire che Berlusconi no, ha distrutto l’Italia, l’ha fatta a brandelli. Il tema della giustizia è un altro esempio lampante di come l’antiberlusconismo sia in realtà sinonimo di cialtroneria e immobilismo. La giustizia in Italia è talmente lenta che a volte si preferisce evitare di ricorrervi pur di non dover attendere anni e anni prima di ottenere una sentenza. È il gioco di Berlusconi, che ha voluto processi interminabili per farli cadere in prescrizione? Sì, ma non solo: come mai la sinistra, in 7 anni di governo (più due di Dini e un anno e mezzo di governo tecnico) non ha mai proposto una riforma della giustizia che abbreviasse i tempi dei processi? Per tutti, non solo per Berlusconi. Ma la tiritera è sempre la stessa: Berlusconi ha affossato il Paese, Berlusconi è brutto e cattivo e ci ruba la merenda nell’intervallo.

Ecco, il cavaliere è ormai ridotto a una specie di bulletto di quartiere che non sa né leggere né scrivere, basterebbe ricordargli quello per renderlo innocuo. Invece, il Pd rincorre le sue fole e le sue bugie, rischiando di fare una figura analoga a quella del 1994 e del 2006: una vittoria annunciata sfumata del tutto la prima volta, effimera la seconda. E insomma, bisogna pur iniziare a dire che il Pd, in materia economica, non è in grado di dire tre cose in croce senza usare i leopardi, gli scogli, la schiuma del mare e biascicare qualche “orco boia ragassi”. Che andava bene alla Festa dell’Unità del 1962, non alle elezioni politiche del 2013. Perché non si è stati capaci di elaborare una proposta – una – concreta e di appeal come quelle che tira fuori Berlusconi? Che so: ridurremo la pressione fiscale di tot punti grazie a una riduzione di tot altri punti della spesa pubblica. Ma non lo fanno, e continuano a sguazzare in quella piscina putrida che è l’anti-berlusconismo, una coperta di Linus che sembra difficile da strappare dalle mani di chi deve la sua fortuna politica semplicemente al fatto di essere sempre stato “anti”.

Infine, e chiudo, se anche i comici si mettono a dare una mano a Berlusconi, siamo davvero alla frutta. Sul palco dell’Ariston ieri sera, Crozza che faceva Berlusconi dicendo “che figata” era una cosa tristissima. La canzone terrificante e il patetico tentativo di fare par condicio con Bersani, Ingroia e Montezemolo una vera porcheria. Sei un comico? Fai battute, astraiti dalla politica. Facci ridere oltre le imitazioni e le canzonette, ché sono roba trita e vecchia. Oltretutto, essendo in regime di par condicio, costringendo il pubblico a vedere un proliferare di candidati premier fasulli che sembrano maschere tragiche. Crozza ieri ha offerto al Cavaliere almeno due assist d’oro: gli ha consentito di dire che in Rai ce l’hanno tutti con lui, e altro che proprietario di sei canali tv; che c’è una dittatura della comicità di sinistra che lui può combattere solo attraverso una moltiplicazione delle sue comparsate sui media (aiuto!); che, infine, gira che ti rigira, sempre di lui si parla. Lui che, come nessun altro in Italia, sa dettare l’agenda politica. Un’agenda di una pochezza mai vista, fatta di gigantesche balle elettorali e di nessuna concretezza. Ma, parafrasando Cuccia, “Articolo quinto: chi ha l’agenda, ha vinto”.

Pubblicato su affaritaliani.libero.it

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Intervista a John Keynes

Monday, February 11th, 2013

Incontro John Maynard Keynes in una stanza al quarto piano dell’Università di Cambridge, il secondo ateneo britannico per anzianità, fondato nel 1209. Il professore li porta bene, i suoi quasi 130 anni – li compirà il prossimo 3 giugno – ed è di pessimo umore perché continua a leggere sui giornali “strafalcioni da matita blu”.

Professore, come ne usciamo da questa crisi?

Semplicemente facendo l’esatto opposto di quanto state facendo in questo momento. Provi a seguirmi: se il padrone di casa le dice che le aumenta l’affitto per riparare le tubature, lei avrà più o meno denaro disponibile per comprarsi beni primari o voluttuari?

Ovviamente di meno

Esattamente. Lei baratta parte del suo reddito, e quindi, di riflesso, dei suoi consumi, per avere delle tubature nuove, magari tra qualche mese, che poi magari saranno utilizzate da altri inquilini visto che lei, nel frattempo, non si potrà più permettere di vivere in quella casa. Mi segue? Ora,fatte le dovute distinzioni, non le sembra che in Europa in genere, e in special modo in Italia, stia accadendo la stessa cosa? I governi, per sanare una situazione creata in 50 anni di gestione “allegra”, decidono improvvisamente di aumentare la tassazione. E lei si ritrova con meno soldi in tasca, giusto? Ora, ipotizziamo che lei sia un’azienda, che faticosamente produce legname: ebbene, pensa che con un incremento della tassazione sarebbe portato ad assumere e a investire in nuove tecnologie che migliorino e aumentino i beni che lei offre? Ancora una volta, no. Quindi mi sa che i vostri testoni a Francoforte (dico vostri perché io mi sento europeo quanto lei può sentirsi sahariano) hanno decisamente sbagliato i conti.

Anche l’Fmi ha affermato a più riprese che, forse, tutti questi tagli non sono stati proprio una grande idea

Appunto. Solo che così è un po’ semplice. Io le dico di gettarsi nel fuoco per curare l’influenza e poi, una volta che lei ne è uscito completamente ustionato (e ancora febbricitante), le dico “sa cosa? Forse non era la soluzione migliore”. Non ci siamo proprio. Lo sa che alcuni studi dimostrano come un incremento di 0,5% di tasse porti una flessione dell’1,5% nel pil? E lo sa chi ha prodotto questo studio? Esatto, il suo premier Mario Monti.

Lei è un paladino del liberismo e del laissez-faire, che cosa si sente di consigliare ai governi italiani?

Non mi faccia infuriare: io ho scritto “La fine del laissez-faire” nel 1926, tre anni prima della grande crisi del ’29 (che, rispetto a questa, sembra sempre più una barzelletta). È che voi, in Europa, ancora non avete capito che la concorrenza e le liberalizzazioni, che portano benefici dal punto di vista dei prezzi, sono completamente inutili se non sono suffragate da una politica economica e monetaria di un certo spessore. Per esempio, lo sa che cosa fece Roosevelt appena insediato, ottant’anni or sono? Pose sotto il controllo dello Stato il sistema bancario e svalutò il dollaro. Inoltre, creò posti di lavoro per i giovani (circa 500.000) e si inventò un meccanismo di stato sociale che impedisse la miseria diffusa che si era creata dopo la crisi del 1929. Pensi che quando Roosevelt entrò nella Casa Bianca, i disoccupati erano circa 15.000.000. Certo, si potrà dire che il New Deal non fu risolutivo e che per renderlo veramente efficace fu necessario lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Ma, francamente, augurarsi un conflitto globale non mi sembra una posizione accettabile.

Si dice che in Italia manchino le riforme

Dal punto di vista delle riforme, l’Italia è un caso tipico di una economia destinata a implodere se non si fa qualcosa in brevissimo tempo. Avete un costo del lavoro molto alto, una tassazione spaventosa, un debito pubblico imponente e una spesa pubblica che continua ad aumentare. Questi quattro parametri insieme non sono compatibili con la sopravvivenza di un’economia occidentale. Eppure, nessuno ha saputo intervenire in alcun modo per iniziare, quantomeno, una progressiva riduzione della spesa pubblica e una diminuzione della tassazione. E poi avete un mercato del lavoro che non ha senso: la disoccupazione continua a crescere ma voi protestate per l’articolo 18. È un po’ la versione moderna del “che mangino brioches”: iniziate a preoccuparvi di creare nuovi posti di lavoro, iniziate a costituire forme di assistenza diverse dalla semplice cassa integrazione e poi, una volta abbattuta pesantemente la quota di disoccupati, potrete iniziare a pensare a forme di tutela sempre maggiori. In Danimarca, ad esempio, non sanno neanche che cosa sia l’articolo 18, eppure hanno una disoccupazione al 3,5% e un welfare state che funziona come un orologio. Sarà mica un caso!

Sì ma scusi: con l’abolizione dell’articolo 18, si permetterebbe alle aziende di disporre come meglio credono del lavoro e dei lavoratori.

Questo perché in Italia non c’è flessibilità ma precarietà. Se il vostro mercato del lavoro fosse sano, venire licenziati non sarebbe una tragedia: si avrebbe una tranquilla convinzione di poter trovare un nuovo impiego in tempi ragionevoli. E, nel frattempo, lo stato potrebbe offrire dei sussidi che verrebbero sospesi nel momento stesso in cui il soggetto in questione trova un nuovo lavoro.

Ma questo non è il meccanismo della cassa integrazione?

Prenda Alitalia, una situazione che mi sono divertito molto a studiare: avete messo in cassa integrazione una parte dei dipendenti per sette anni, facendo ricadere sulla collettività un costo sociale mostruoso. Le pare che sia un meccanismo che funziona? E poi vi lamentate dei Monti-bond per Mps…

Ecco, parliamo di Mps: che idea si è fatto di quanto sta accadendo alla banca più antica del mondo?

Penso che la questione vada separata. Da un lato, le difficoltà sistemiche del settore creditizio, dovuto anche alle regole eccessive imposte dall’Eba, hanno prodotto sconquassi non soltanto a Siena. Dall’altro, però, le circonvoluzioni operate dai manager di Mps, unite a una leggerezza che sarebbe inaccettabile persino se si stesse parlando di roseti e non di miliardi di euro, hanno offerto uno scenario imbarazzante del sistema creditizio italiano. Però, una cosa la vorrei proprio dire.

Prego

La questione dei Monti-bond è davvero l’ennesima testimonianza di come tutto sia politica, specie in campagna elettorale. Il tasso d’interesse annuo sui 4 miliardi che verranno prestati, è del 9%, molto più alto di un mutuo, tanto per intenderci. Quindi è vero, l’Italia presta soldi, ma ne rivedrà (perché li rivedrà) maggiorati del 9% all’anno. Non mi sembra malaccio. E poi che c’entra l’Imu? Il bilancio dello stato è uno solo, quei 3,9 miliardi magari verranno destinati a cose nobili come l’assistenza ai malati e agli anziani o alla ricerca. Magari, più facilmente (e per fare un discorso un po’ populista che ci sta sempre bene, di questi tempi) a pagare gli stipendi dei parlamentari, le auto blu e così via. Insomma, l’equazione, anche se comprensibile, non regge proprio.

Cambiando ancora una volta scenario, ai suoi tempi si parlava mai di spread?

Guardi che è assurdo che se ne parli anche ora. Lo spread è applicato sui mercati secondari, non su quelli primari. Quando si fanno proiezioni sui tassi d’interesse che dovrebbero essere corrisposti se il differenziale fosse confermato anche nelle aste primarie, si fanno, sempre e comunque, delle ipotesi. Tant’è che se lei va a vedere a che tassi vengono venduti i bot alle aste mensili, si renderà conto che hanno un tasso assai più basso di quello cui fa riferimento lo spread. Ciò detto, se è servito a togliervi di mezzo Berlusconi, va tutto bene. Però…

Però?

Mario Monti mi ha deluso. Pensavo che potesse essere il volto nuovo che si assumeva l’onere, più che l’onore, di varare riforme impopolari. Invece, al di là di quella delle pensioni, fatta oltretutto con un pressapochismo raro, non si è visto niente: che fine hanno fatto le liberalizzazioni? E la riduzione delle province e del numero dei parlamentari? E la spending review non fatta linearmente, ché quella son capaci di farla tutti? Niente, il vuoto pneumatico. E oggi, oltretutto, tocca vederlo candidato come un qualsiasi politicante dei vostri. Una vera delusione.

Però Monti piace tanto all’Ue e alla Bce

Certamente, perché ha sposato in modo acritico una politica di rigore folle tipicamente teutonico. Ma non si possono utilizzare metodi uguali in realtà differenti, altrimenti si rischiano di fare i disastri di cui abbiamo parlato prima.

Da quando Monti ha deciso di diventare un politico, si sente parlare della sua agenda, un termine che, se non sbaglio, le è molto caro

Vero. Ma con una importante aggiunta: io ho sempre affiancato al termine agenda, cioè le cose da fare, anche la NON agenda, cioè le cose da non fare. Che sono altrettanto importanti di quelle che si decide di compiere.

E l’idea di Berlusconi di abolire l’imposta sulla prima casa e restituire quella versata nel 2012 è agenda o non agenda?

Guardi, tutto è percorribile: se lei guadagna mille euro, può decidere di impiegarne 700 per l’affitto di una bella casa e poi vivere con 300 euro, oppure fare il contrario. Oppure, ancora, può decidere di giocare quei 1000 euro al casinò e vedere che cosa succede. Sono tutte e tre ipotesi possibili anche se, certo, non tutte e tre sono ugualmente sensate.

Passiamo all’Europa: un suo giudizio sulla politica economica della Germania?

Che le devo dire? Io diffido sempre di chi ha perso due guerre mondiali…

Parliamo allora di chi le guerre le ha vinte: la sua Inghilterra

Vede, io sarò all’antica ma non capisco come mai abbia più risalto fuori dal nostro Paese la notizia del “sì” ai matrimoni gay piuttosto che il referendum che potrebbe permettere ai britannici di uscire dal sistema euro, dopo aver scelto, con notevole lungimiranza, di non infilarsi nel meccanismo della valuta unica, che si sta dimostrando un vero e proprio cappio al collo del continente. Anche perché, con la sovranità monetaria in mano unicamente alla Bce, è solo Mario Draghi che può decidere se svalutare o meno l’euro. E mi sembra che lui, in questo momento, non ci pensi neanche. Peccato che sia Stati Uniti che Giappone stanno svalutando con grande convinzione, una via che non posso che approvare.

Passiamo alla Francia di Hollande: la convince la tassa sui “super-ricchi”?

No, per niente. È inutilmente vessatoria e, oltretutto, la Corte Francese ha avanzato parecchi dubbi sulla sua costituzionalità. E poi scusi, ma se in Belgio si pagano tasse assai più contenute, quanto crede che impiegheranno i ricconi francesi a prendere la cittadinanza da un’altra parte? Depardieu, per esempio, l’ha fatto in Russia. E se i super-ricchi scappano, non solo lo Stato non vede il 75% sulla parte che eccede il milione di euro, ma perde anche le tasse su tutto il resto. Un disastro.

Voliamo oltreoceano: che cosa pensa degli Stati Uniti e dell’amministrazione Obama?

Gli Stati Uniti hanno causato la crisi del 2008, e su questo non ci piove. Però hanno cercato di mettere una pezza, hanno pompato una quantità incredibile di danaro nelle banche e nell’economia, hanno stampato moneta, hanno cercato di rimettere in moto un meccanismo che sembrava inceppato. E questo è un merito che va riconosciuto a Obama e alla sua amministrazione. Anche il modo in cui è riuscito a scongiurare il “baratro fiscale” è da ammirare. Ora, per carità, non voglio lanciarmi in peana nei suoi confronti. Però anche il fatto che abbia dichiarato di voler intentare causa a Standard & Poor’s non è mica una cosa da poco: significa affermare pubblicamente che il meccanismo indecente delle agenzie di rating va necessariamente spezzato. Perché non lo seguite anche in Europa in questa battaglia sacrosanta? Perché continuate a parlare di “club della Tripla A” quando è un giudizio che dovrebbe avere lo stesso valore del suo o del mio?

Veniamo alla Cina: è destinata a guidare il mondo?

La Cina sta vivendo una doppia vita: da un lato, ha un incremento del pil che è fantascientifico anche quando va meno bene del solito; dall’altra però ha una quantità di poveri da far rabbrividire. Quindi, visto che le risorse sono quelle, o si iniziano a redistribuire in tutta la popolazione cinese, oppure a breve assisteremo all’insorgere di nuovi conflitti sociali. Pensa che un cinese possa tollerare di lavorare per poche decine di dollari al mese, quando le aziende per cui lavora sono dei giganti e la Cina cresce al 6-7% all’anno? Pensi a tante Fox-Conn tutte insieme: altro che crisi dell’Iphone, qui preso si potrebbe assistere a una vera rivoluzione. Ciò detto, la Cina già oggi sta governando il mondo, perché detiene buona parte del debito pubblico americano e perché è l’unica nazione completamente e interamente autosufficiente. Ora che poi sta imparando anche a fare prodotti di altissima ingegneria rischia di diventare inarrestabile.

Pensa che stiamo assistendo alla fine del capitalismo?

Il capitalismo come lo avete inteso voi è morto e sepolto da almeno trent’anni, da quando l’amministrazione Reagan ha approvato un taglio di tasse sconsiderato, generando un ampliamento della forbice tra ricchi e poveri. E, se vogliamo tornare a tempi più recenti, quando Clinton ha fatto abrogare il Glass Steagall Act dando vita alla più grande opera di deregulation che sia mai avvenuta, che cosa pensate che sia successo? Non c’è bisogno di essere marxisti (e io certamente non lo sono) per affermare con certezza che il predominio della finanza sull’economia reale è ormai un procedimento pressoché irreversibile. O meglio, si potrebbe anche provare a tornare indietro, ma c’è qualcuno che ha veramente voglia di andare a mettere i bastoni tra le ruote a Goldman Sachs o, peggio ancora, a Black Rock che nel 2011 aveva in pancia asset per 3.500 miliardi di dollari? Lo sa che fa in euro 2.585,36 miliardi, ovvero oltre 900 miliardi in più del pil del suo paese? E chi lo dice a Black Rock di darsi una calmata, lei?

Un’ultima domanda: lei pensa che la crisi del 2008 sarà destinata a essere l’ultima di questo tipo o ne seguiranno altre?

Tanto per cominciare, la crisi del 2008 ancora non è finita. E questo perché il mondo occidentale, con le dovute distinzioni, non è stato in grado di attuare quel cambio di paradigma necessario per far fronte alle avversità come questa. In sostanza, o si cambia il modo di agire e di pensare, si inizia un percorso inverso a quello degli ultimi quindici anni, fatto di regolamentazione e di controllo, di intervento pubblico volto a garantire una sussistenza minima a tutti, o altrimenti le cose sono destinate a rimanere in questo modo ancora a lungo. E non dimentichi che la concorrenza, qualitativamente e quantitativamente, è destinata ad aumentare: nel 2050 la terra avrà 9 miliardi di abitanti, 2 in più di adesso. A loro diremo di farsi da parte, perché prima di tutto viene il benessere del mondo occidentale?

Pubblicato su affaritaliani.libero.it

Al Maxxi si rivendica il diritto alla casa

Friday, February 8th, 2013

“Viviamo una crisi unica dal dopoguerra a oggi, senz’altro la più grave nel comparto delle costruzioni. Ma la casa deve restare un diritto per tutti”. Inizia così il convegno organizzato da Ance, Acer e Ance Lazio per puntare i riflettori sulla crisi sistemica del settore. Un momento difficilissimo fotografato da tre dati su tutti (forniti da Lorenzo Bellicini, presidente di Cresme): -30% nuove costruzioni; -55% abitazioni completate; -47% compravendite.

Per Paolo Buzzetti, il presidente nazionale dell’Ance, “il settore delle costruzioni sta chiudendo, le imprese licenziano non solo le maestranze ma anche gli impiegati di segreteria e perfino gli ingegneri. È una crisi da deindustrializzazione. Alla faccia della politica calvinista della Ue, Francia e altri paesi stanno investendo nell’edilizia, con incrementi intorno al 2-3%. Noi italiani, invece, che siamo dei geni, abbiamo deciso di penalizzare questo settore. La crisi di liquidità che attanaglia il settore deriva dai ritardi cronici nei pagamenti da parte delle pubbliche amministrazioni. Ritardi che, in un altro stato, avrebbe portato alla rivoluzione. Le tasse complessive sulla casa ammontano a 44 miliardi di euro all’anno: è normale?”.

“L’Imu sull’invenduto è anticostituzionale – ha aggiunto Buzzetti – e noi faremo ricorso. Serve una manovra sull’edilizia, altrimenti il paese sarà destinato allo sfacelo. Bisogna fare in modo che i pagamenti alle aziende siano immediati e, al contempo, bisogna permettere che liquidità e credito da parte delle banche tornino in circolo. 526.000 famiglie in Italia cercano casa, eppure non possiamo dargliela per un’infinità di motivi. Ma la riflessione dev’essere ancora più ampia: l’Italia si può permettere questo stato sociale per cui, per dare 1500 euro a un operaio, un’azienda ne deve tirare fuori 4200? Secondo me no. L’Italia è ‘brutta, sporca e cattiva’ da prima della crisi mondiale. E la situazione è andata peggiorando con il pareggio di bilancio, un’azione politica completamente errata. La testimonianza dell’idiozia delle scelte politiche fatte fin qui”.

Stefano Petrucci, presidente di Ance Lazio, ha invece acceso i riflettori sulla differenza, in termini assoluti, tra Italia e gli altri paesi. “In Italia, nel 2012, si sono costruiti 150.000 nuovi immobili, in Francia 652.000, in Spagna 800.000. Basterebbero questi numeri per far capire la gravità della situazione. L’Imu ha scoraggiato l’acquisto di nuove case perché quando c’era l’Ici esisteva una detrazione che oggi esiste ancora, ma il moltiplicatore dell’Imu è aumentato di 160 volte rispetto a quello dell’Ici. Visto che è una tassazione che andrà ai comuni, perché non fare in modo che una parte dell’Imu venga obbligatoriamente destinata alla costruzione di infrastrutture? A Roma e provincia la concessione di credito a lungo termine è calato del 44%”.

Eugenio Batelli, presidente di Acer, ha sottolineato come “non si possa in alcun modo abbattere il prezzo delle case, altrimenti l’investimento profuso da tante famiglie andrebbe sostanzialmente in fumo. E la loro ricchezza sarebbe fortemente ridimensionata. Non ce l’ho con l’Imu, tassa che esiste anche negli altri paesi d’Europa ma, piuttosto, con la violenza con cui è stata introdotta. A Roma l’affitto a prezzi concordati costa l’1,06% all’anno: e chi lo fa più? Sono necessarie agevolazioni per l’acquisto della prima casa anche per le giovani coppie, sulla scorta di quanto fatto dal Ministro Meloni. Ma che fine ha fatto quel progetto?”.

Paolo Righi, il presidente di Fiaip è intervenuto quasi “a sorpresa”, sottolineando ancora una volta come il comparto costruzioni sia stato penalizzato da una tassazione senza precedenti. “La Tares, che aumenterà le imposte provenienti dalla casa di 4 miliardi, i 24 miliardi di Imu contro i 12 dell’Ici: sono tutti dati che rendono lampante come questo settore abbia la pressione fiscale più alta d’Europa. Eppure contribuiamo al pil per il 20%, perché dobbiamo essere penalizzati in questo modo? Oltretutto, negli ultimi 5 anni, abbiamo perso circa 500.000 posti di lavoro, un numero enorme! Le politiche attuate fin qui sono state nella maggior parte dei casi vecchie e ideologiche”.

Va detto che la situazione non è omogenea in tutta Italia e, da questo punto di vista, Roma è una sorta di porto sicuro. Nel periodo tra il 2001 e il 2011 gli abitanti dell’intera municipalità capitolina sono aumentati di 297.000 abitanti, con un +70.000 nella sola città. In questo stesso periodo, il numero di famiglie a Roma è cresciuto di 145.489 unità (+14%), dando vita a una richiesta di immobili che, di fatto, ha permesso di avvertire in modo meno drammatico gli effetti della crisi. Nella Capitale, infatti, sono state realizzate 81.000 nuove abitazioni, con una domanda che ha toccato il suo picco nel 2005, per poi ridursi leggermente negli anni tra il 2006 e il 2011 e subire un pesante arresto nel 2012. Ma, dati alla mano, il volume di compravendite è comunque superiore a quello del decennio 1990-1999. L’intervento di Lorenzo Bellicini sulla situazione di Roma si è concluso con altri due dati: il primo è che, mai come in questo momento, conviene investire nel mattone; il secondo è che il peso dell’intero comparto costruzioni – ivi compreso il patrimonio immobiliare esistente – rappresentava nel 2006 il 34% dell’economia romana mentre oggi vale il 17%. Ma siamo prossimi, ha assicurato Bellicini, al rimbalzo.

È stata poi la volta di Giancarlo Cremonesi, in veste di Presidente di Camera di Commercio/Unioncamere. “La situazione dell’edilizia – ha esordito – e dell’economia in genere è molto dura. Non si può pensare di uscire dalla crisi senza una manovra profondamente anticiclica. Di tagli e di tasse si soffoca e si muore. Mettere in ordine i conti è doveroso, ma i conti sono stati sfondati in 60 anni di cattiva gestione. Bisogna ripensare l’intero sistema economico, in cui l’edilizia riveste un ruolo fondamentale. Se alla situazione dell’edilizia privata, aggiungiamo quella dei lavori pubblici e delle infrastrutture, abbiamo la combinazione che porta alla tempesta perfetta”.

“E’ necessario – ha proseguito Cremonesi – detassare la prima casa che non sia di lusso. Negli altri paesi si interviene con fondi di garanzia che non impattano se non in misura minima sui conti dello stato, in modo che gli istituti di credito concedano prestiti fondiari. Perché in Italia non si fa così? La politica europea è cieca: le infrastrutture sono per lo stato un investimento, non una spesa. Anche perché l’imprenditoria nostrana è svantaggiata da un fisco più pesante che in altri paesi; da un costo dell’energia più alto del 30% e da un costo del trasporto merci superiore del 12% rispetto agli altri. Se non si inverte la rotta, anche dal punto di vista dell’occupazione, il declino è inevitabile”.

Invitato al convegno anche un giornalista di Liberation, Eric Joseph, che ha spiegato come funzionano le cose in Francia in questo momento. “La situazione è difficile anche da noi, visto che le costruzioni sono scese da 815.000 del 2011 a 652.000 del 2012, con una messa in cantiere di nuove unità inferiore del 20% e un credito per gli immobili che ha registrato una flessione del 26,4%. I prezzi degli immobili, dopo essere raddoppiati in tutto il paese nell’ultimo decennio e triplicati nella sola Parigi, stanno iniziando a scendere perfino nella capitale (-0,9%). Questo nonostante il tasso medio dei mutui, in Francia, sia del 3,4%. In Francia l’edilizia rappresenta il 6,3% del pil e ha il 6,5% del totale degli occupati. Con Sarkozy è stata introdotta una legge che offriva uno sconto del 21% delle tasse a chi acquistava la prima cosa. Con Hollande questa quota è scesa al 18%, ma si è comunque cercato di mantenere degli incentivi per la prima abitazione”.

Niccolò D’Aquino, per anni inviato negli Stati Uniti e oggi inviato in Italia di America Oggi ha offerto un ritratto della situazione immobiliare a stelle e strisce. “La situazione americana è diversa perché non ci sono gli ammortizzatori sociali: la casa è l’unico bene ed è anche il primo (come successo nel 2006) ad essere perso se le cose non vanno bene. Il 2012, pur essendo considerato un anno di ripresa nel comparto, è il terzo peggiore negli ultimi 30 anni”.

Pubblicato su http://www.ilghirlandaio.com

Intervista a Ferdinand Dudenhoffer

Friday, February 8th, 2013

Ferdinand Dudenhöffer è il numero uno del Center For Automotive Research dell’università di Duisburg, e può a buon diritto essere considerato uno dei massimi esperti del comparto automotive. Per questo, sentire dalla sua viva voce che le notizie non sono affatto buone non può che preoccupare ancora di più.

Professor Dudenhöffer, pensa che il mercato dell’automobile abbia già toccato il punto più basso della sua flessione o dobbiamo aspettarci ulteriori discese?

No, credo che vedremo ulterior contrazioni di vendite in Europa nei prossimi mesi. Possibile che, dopo l’estate, vi sia una stabilizzazione del crollo. Ma, in ogni caso, il 2013 nel suo complesso sarà peggiore del 2012. Nell’Europa a 27 ci aspettiamo una vendita di 500.000 unità in meno rispetto al 2012. Nel 2014, invece, il mercato dell’auto si stabilizzerà su un volume più basso. Nelle nostre previsioni, ci aspettiamo che l’Europa a 27 torni alle vendite del 2005 non prima del 2020. Per questo posso affermare che ci sarà un lungo e difficile periodo.

Ciononostante, è necessario sottolineare che il calo in Europa non è omogeneo: nella parte meridionale, infatti, è assai peggiore che in quella settentrionale. Dipende tutto dalla maggiore virulenza della crisi?

In Grecia, Spagna, Italia, Francia e Portogallo affronteremo i problemi maggiori nei debiti sovrani. La crisi che stiamo vedendo oggi non è una crisi riconducibile all’economia o agli errore del management nelle grandi aziende. La crisi odierna è responsabilità dei nostro politici. Hanno portato il nostro sistema vicino alla bancarotta e questa è la più grande tragedia. Sono loro che devono assumersi la responsabilità di aver portato le aziende a chiudere i propri impianti e a licenziare i dipendenti. Hanno provato per lungo tempo unicamente a salvare le loro poltrone in parlamento facendo promesse alla gente impossibili da mantenere e da finanziare. L’intera Unione Europea è una gigantesca burocrazia mangia-soldi che ha completamente fallito la propria missione.

Mentre il mercato europeo crolla, Audi è una delle pochissime case automobilistiche ad avere registrato una crescita. Qual è la ricetta segreta?

Audi, Bmw e Mercedes sono presenti a livello globale. Perciò, possono blanciare la debolezza strutturale del mercato Europeo attraverso le vendita in Cina, Stati Uniti, Brasile, Russia e negli altri mercati emergent.

Veniamo a noi: che cosa pensa della strategia di Sergio Marchionne in Italia?

Marchionne ha fatto un lavoro migliore di quello che in molti avevano previsto. Senza di lui, la Fiat sarebbe ormai storia. Ma non dimentichiamo che Marchionne ha anche preso grossi rischi. Il primo di questi è che ha ridotto all’osso gli investimenti di prodotto nei prossimi 3-5 anni. Vedremo tra un po’ se la Fiat potrà sopravvivere soltanto con vecchi modelli. In ogni caso penso che fosse l’unica strada percorribile. Da questo punto di vista, l’accordo con Chrysler è stato di grande aiuto per il Lingotto, e produrre automobili del gruppo Chrysler in Italia è l’approccio corretto. Era ed è necessario negoziare in modo anche duro con i sindacati per una riduzione dei costi. Ciononostante, senza questi risultati Fiat avrebbe chiuso gli impianti aggiuntivi. Mi permetta un confronto: da una parte, Marchionne, dall’altra il capo della GM Akerson. Ebbene, appare evidente il grande successo del numero uno di Fiat. General Motors e il suo boss hanno fallito per anni la strategia in Europa con Opel. Marchionne, invece, che partiva da una situazione decisamente peggiore, ha saputo rialzarsi in grande stile e oggi si colloca in una posizione migliore di quella di General Motors. Ben fatto, Mister Marchionne!!!

Marchionne si sta comportando bene anche negli Stati Uniti?

È sicuramente sulla strada giusta.

Pensa che in Europa vi sia una produzione eccessiva di automobili e che, di conseguenza, dovremmo ridurne il numero?

Sicuramente, visto che il mercato dell’automobile è sprofondato in modo drammatico. Ma le ragioni per cui questo non viene fatto sono strettamente politiche. Pensi ad esempio a tutti quelli che affollano i salotti dei talk show televisivi sparando a zero sui manager senza averne le competenze. Che disastro!

L’automotive sarà salvato dalle nuove tecnologie?

No! Non stiamo vivendo una crisi perché ci manca l’innovazione. Stiamo vivendo una crisi di carattere europeo causata dai politici. Solo se torneremo a una politica accorta di bilancio e fermeremo in maniera definitiva l’esplosione dei debiti sovrani potremo risolvere questa crisi.

Pubblicato su affaritaliani.libero.it

Il caso della Divania di Bari

Friday, February 8th, 2013

Mentre l’affaire Mps getta nuove ombre sui contratti derivati, c’è una vicenda che vede protagonisti questi particolari prodotti finanziari di cui molto si sa ma altrettanto ancora si ignora, a meno di non essere autentici “esperti”. È il caso della Divania di Bari, un’azienda che nel 2002 occupava, grazie a un fatturato da 70,5 milioni di euro, il settimo posto nella classifica dei produttori di mobili imbottiti (sopravanzando mostri sacri del settore come Poltrona Frau) e che nel 2006 è stata costretta a chiudere i battenti, mettendo in mobilità 430 dipendenti.

Una storia che inizia nei primi anni nel 1998 e che si conclude, con il fallimento della Divania, nel 2006. Nel mezzo, un mare di derivati che Francesco Parisi è stato costretto a sottoscrivere – a volte neanche sapendo di farlo – con Unicredit. Per questo motivo, è stato richiesto il rinvio a giudizio dalla Procura di Bari di venti dipendenti della banca milanese, accusati, a vario titolo, di truffa aggravata e appropriazione indebita. Affaritaliani è in grado di fornire in esclusiva le richieste della procura di Bari e l’informativa della Guardia di Finanza sulla vicenda. L’udienza preliminare, che si è tenuta martedì 22 gennaio scorso, è stata aggiornata all’8 marzo prossimo.

«Unicredit mi ha rovinato! – ha dichiarato ad Affaritaliani.it Francesco Parisi, titolare della Divania – Non sono io a dirlo, si vada a leggere le informative della guardia di finanza, racconti che cosa hanno fatto a me e ai 430 dipendenti che avevo e che ora sono in mobilità. E io ho riportato gravissimi danni cardiaci!». Dal canto suo, Unicredit sottolinea l’esistenza di una sentenza del tribunale fallimentare di Bari datata 27 giugno 2011 in cui si certifica come il dissesto della Divania non sia da imputarsi direttamente alla sottoscrizione, da parte di Parisi, di contratti derivati con Unicredit. Ma evidentemente qualcosa continua a non convincere gli inquirenti, visto che nel novembre dello stesso anno è partita dal tribunale di Bari una richiesta di rinvio a giudizio per 20 dipendenti dell’istituto di credito milanese. Inoltre, c’è anche pendente una causa civile che, se dovesse dare del tutto ragione a Francesco Parisi e alla Divania, vedrebbe Unicredit costretta a risarcire 105 milioni di euro. Ma andiamo con ordine.

Gli strumenti derivati
È la stessa informativa della Guardia di Finanza a spiegare in dettaglio che «i derivati ricavano il loro nome dalla principale caratteristica che li contraddistingue, ovvero che il prezzo di tali titoli “deriva” dal valore di mercato di un’altra attività di riferimento che prende il nome di “sottostante” che si mantiene, però, contrattualmente separata dal derivato stesso». Ma quali sono le caratteristiche che rendono questo strumento una potenziale bomba ad orologeria? Nell’atto citato, la Guardia di Finanza chiarisce che «l’ingegneria finanziaria, nel corso degli anni, ha sviluppato numerosi strumenti finanziari addizionali rispetto a queste strutture tipiche al fine di rispondere in maniera soddisfacente alle più svariate esigenze degli investitori rendendo però, allo stesso tempo, tali prodotti sempre più complessi e con profili utile/perdita (denominati payoff) difficilmente quantificabili da un utente poco esperto. (…) La complessità dei contratti, i costi di informazione ed il grado di cultura finanziaria necessario costituiscono, di norma, un deficit informativo in capo alla clientela degli intermediari la cui intensità è direttamente legata alla tipologia dell’operazione ed alla natura del cliente medesimo. È doveroso inoltre ricordare che il prezzo di uno strumento finanziario derivato negoziato fuori dai mercati regolamentati è un valore di stima poiché fa riferimento ad operazioni per le quali non è disponibile un prezzo ufficiale. (…) Proprio per questo la clientela, soprattutto quella con minore esperienza e conoscenza finanziaria, si trova costretta a riporre massimo affidamento nell’assistenza dell’intermediario con particolare riferimento alla valutazione di adeguatezza e appropriatezza della transazione».

Fin qui la situazione generale. Divania Srl, a partire dal 9 giugno 1998, ha sottoscritto un totale di 189 contratti derivati (ma la richiesta di rinvio a giudizio del Tribunale di Bari parla addirittura di 203). Di questi, 55 solo nel 2002 e 59 nel 2003, quando l’esposizione dell’azienda verso le banche ha iniziato a diventare enorme. Perché l’ha fatto? A suo tempo, Unicredit dichiarò che essi furono sottoscritti per evitare i rischi di cambio legati alle valute estere. L’informativa della guardia di finanza, redatta sulla base di una relazione peritale, sottolinea come «sebbene la Divania fosse esposta al rischio di cambio, legato prevalentemente alle esportazioni che costituivano circa il 99% del proprio fatturato, compensato in minima parte dal rischio (contrario, legato a minori posizioni di importazioni), la stessa società non ha mai evidenziato un’effettiva esigenza di ricorrere alla copertura offerta dagli strumenti finanziari derivati che invece sono stati sottoscritti. In particolare, i CTU (consulente tecnico d’ufficio, ndr) fanno rilevare che, al fine di annullare il rischio di cambio, alla società sarebbe bastato utilizzare una razionale pianificazione della gestione valutaria attraverso il sistema dei finanziamenti in valuta attingendo risorse dalla banca». Ma questo non è avvenuto. Anzi: «tale pianificazione è risultata invece completamente assente ed ha causato addirittura eccedenze di incassi di valuta rispetto ai reali fabbisogni dell’azienda tali da non concorrere alla stabilizzazione del rischio valutario portandone invece la creazione di uno di segno contrario. E ancor più assurda, così come confermato dai CTU, sembrerebbe l’ipotesi che il ricorso agli strumenti finanziari derivati sia stato determinato dalla necessità di coprire una nuova posizione di rischio-cambio originata dall’eccesso di copertura che i finanziamenti ottenuti dalla società hanno di fatto prodotto».

I numeri della Divania
Con 70,5 milioni di euro di fatturato e 430 dipendenti la Divania nel 2000 poteva dirsi un’azienda in salute. Eppure, si legge nell’informativa, «durante il periodo gennaio 2000-giugno 2005 i contratti derivati, oltre a non aver svolto la propria funzione di “copertura”, hanno generato ingenti perdite di cui parte già addebitate alla data del 5.01.2003 sui conti correnti della Divania – e precisamente pari a 2,7 milioni di euro su un totale di 4,5 milioni». Per ammortizzare il solo costo dei contratti derivati, considerando la redditività dell’azienda, sarebbero stati necessari tre anni. Ma se invece della redditività, si fosse preso l’utile di esercizio, che nel 2002 fu di 19000 euro, si capisce subito quanti anni sarebbero stati necessari.

2002
Già in quel 2002, la posizione di Divania viene dichiarata a rischio dagli stessi funzionari di Unicredit. Il che, sempre secondo la Guardia di Finanza «prevedeva la riduzione del profilo di rischio (della banca) attraverso una condotta ben precisa che invece i vari funzionari di Banca non hanno rispettato. Infatti, nonostante il quadro negativo (…) i funzionari di banca hanno continuato a far sottoscrivere alla Divania derivati che non avevano alcuno scopo di copertura. La motivazione ricorrente addotta dagli stessi nel corso delle indagini è stata che quello era l’unico modo per distribuire nel tempo le ingenti perdite accumulate dalla società. Ma il fatto di non addebitare tali costi produceva l’effetto di generare ulteriori guadagni per la banca. (…) Verso la fine dell’anno 2002 la perdita potenziale (perché non ancora manifestata sui conto correnti) dei derivati era di circa 3,5 milioni e agli atti non risultano documenti dai quali si possa evincere una comunicazione di tali informazioni a Parisi».

2003
Nel 2003 la situazione precipita: la perdita raggiunge l’importo di circa 10 milioni di euro. «Il risultato di una pluralità di operazioni eseguite senza comunicare il reale “prezzo” dell’operazione a Parisi, ma facendole apparire ai suoi occhi “a costo zero”. Anzi, la Divania (…) aveva addirittura la percezione di una sostanziale compensazione fra gli addebiti e gli accrediti in conto corrente. Nel secondo trimestre 2003, alla Divania si può dire che viene sottratta la reale gestione della propria liquidità che di fatto viene assunta dalla Unicredit. La stessa inizia una operazione di progressivo rientro dall’ingente posizione di rischio producendo di fatto una disgregazione dell’intera produttività aziendale nel biennio 2003-2004. (…) Contestualmente, a partire dal mese di giugno 2003, Unicredit procede a “girocontare” somme per un importo di circa 9 milioni di euro (…). L’effetto di questa scelta faceva sì che Divania, per la prima volta nella sua storia, diventasse inadempiente su rate di mutuo da pagare ad altre banche. Allo stesso tempo, Unicredit concedeva finanziamenti per complessivi euro 9,6 milioni non destinati all’attività produttiva bensì per coprire gli addebiti dei derivati (…). Ed è così che nell’anno 2003 la società presenta una perdita d’esercizio di oltre 16 milioni di euro».

2004
Nel 2004 Francesco Parisi si rende conto di essere ormai sull’orlo della bancarotta. Per questo, il 10 marzo 2004 effettua una ripresa video all’insaputa dei funzionari della banca. Dalle riprese emerge che Parisi era all’oscuro di buona parte della gestione del patrimonio aziendale da parte dell’istituto di credito. Il che, secondo l’informativa della guardia di finanza «oltre a dimostrare che nel corso del rapporto con il cliente i funzionari di banca hanno omesso di fornire informazioni inerenti l’operatività in derivati e che veniva svolta in completa autonomia, evidenziano che gli stessi funzionari hanno continuato a nascondere all’amministratore delegato della Divania Srl la reale “perdita”. Di fatto, parte della stessa era stata già addebitata».

Dal 2006 ad oggi
Il resto è storia nota. Nel 2006 la Divania è costretta a chiudere definitivamente a causa del dissesto finanziario provocato dai derivati. Francesco Parisi ha chiesto, in sede civile, 105 milioni di euro, a risarcimento dei danni patrimoniali e fisici subiti durante la vicenda. Se la sua richiesta dovesse essere accolta, Parisi si è detto disponibile a ricominciare la sua attività, anche per i 430 dipendenti in mobilità. Intervistato da Affaritaliani, Elio Lannutti, presidente dell’Adusbef che si è costituita parte civile nel processo, ha dichiarato: «Quest’impresa è stata fatta fallire e questa è l’eredità di Alessandro Profumo. È almeno una decina d’anni che io continuo a denunciare il sistema dei derivati, ma come unica risposta ho ottenuto una rappresaglia dalla Consob, dopo aver denunciato i derivati di Unicredit: la Consob di Cardia, il cui figlio è a libro paga di Ligresti e di altre banche, mi ha comminato una sanzione di 100.000 euro per aver turbato i mercati. In Corte d’Appello la sanzione è stata tolta».

La sentenza del Tribunale fallimentare
Un primo punto sembra aggiudicarselo Unicredit, con la sentenza del Tribunale fallimentare di Bari. Perché? Perché con il pronunciamento della Corte si è sancito che non è dimostrabile che il fallimento di Divania sia stato causato dai derivati sottoscritti con Unicredit. Nel provvedimento, i giudici ripercorrono la situazione debitoria dell’azienda, richiamando anche la convenzione con il pool di banche (capofila Unicredit) del «7 giugno 2005, contenente una sostanziale moratoria dell’intera debitoria». Gli stessi giudici, poi, definiscono “temeraria” la valutazione del titolare di Divania, Francesco Parisi, di considerare sicuramente crediti esigibili quelli vantati nei confronti di Unicredit «in relazione – è scritto nella sentenza – a procedimenti penali e civili che vedrebbero Divania quale soggetto danneggiato da risarcire». A questo proposito i giudici scrivono che Parisi non avrebbe potuto dare per scontato che quel denaro, pari a circa 17 milioni di euro, sarebbe rientrato nelle casse della società «dato che – motivano – potrebbero anche non trovare riscontro gli attesi e sperati risarcimenti». Del resto il debito accertato dal tribunale fallimentare è di gran lunga superiore ai crediti vantati nei confronti di Unicredit e ammonta a oltre 43 milioni di euro, a fronte di crediti esigibili nei confronti dell’istituto milanese pari a 17.566.458.

Oggi
La soluzione della vicenda Divania è ancora lontana, dal momento che anche la richiesta di rinvio a giudizio per i venti dipendenti Unicredit è stata fatta slittare all’8 marzo prossimo, a circa 7 anni dalla chiusura dell’azienda barese. Nel frattempo, mentre gli inquirenti provano a far luce su quanto successo – ma con lungaggini che non sono comprensibili – rimangono i dubbi sul sistema dei contratti derivati che oggi ammontano, secondo i dati più aggiornati, a 218 miliardi di euro. E se la “mina” dovesse deflagrare?

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